23/07/2020   Mosca 24 luglio 1980: la leggenda del "soffione"






 

Nel linguaggio dei fiori il "soffione" simboleggia la forza, la speranza, la fiducia. Noto anche col nome di "tarassaco" che deriva dal Greco "tarake" che significa scompiglio, turbamento e da "akos" che significa rimedio. 

 

La leggenda di questi fiori li vede protagonisti di storie di sogni e desideri, i giovani innamorati usavano questa pianta per donargli le loro speranze ed i loro amori e soffiando via decisi i semi (acheni) al vento, si immaginava che essi possano avverarsi. 

 

Quella che vi vogliamo raccontare oggi è la storia di un giovane Italiano di Scarnafigi nella Provincia Granda di Cuneo che 40 anni fa resistette allo scompiglio ed al turbamento trovando la via alla realizzazione del suo grande desiderio di vittoria: quello olimpico.

 

Per raccontarlo puntualmente preso a prestito il racconto di una penna importante del giornalismo sportivo Italiano, Giorgio Cimbrico.

 

 


 

 

24 luglio 1980, primo giorno dell’atletica a Mosca, il momento in cui all’Olimpiade si comincia a fare sul serio, dicono i "suiveurs" dall’affetto profondo e pervicace. Un titolo in palio, quello della 20 km di marcia. Fa caldo e il cavalier Pino Dordoni dice che non gli sembra giornata da russi o da tedeschi e poi va a cercare un buon posto lungo il percorso che scivola lungo la Moscova e all’inversione di rotta punta verso il verde che circonda il Lenin.

 

Prima del via, un flashback: Daniel Bautista veniva da El Salado, un altopiano punto di congiunzione fra tre stati del Messico. Marciava così veloce, così frenetico che quattro anni prima, a Montreal, dopo esser diventato il primo a conquistare una medaglia d’oro per il suo paese, ingurgitò dieci lattine di liquidi prima di riprendersi. Ma non fu la capacità cammellesca a colpire quanto la sua abilità a nascondere ai giudici il “peccato” della sospensione. Diventò un sorvegliato speciale.

 

Un particolare curioso, senza subbio una coincidenza - ricorda un protagonista che entra in scena, Maurizio Damilano - Bautista era allenato da un polacco, Jerzy Hausleber, e proprio in Polonia, nell’avvicinamento ai Giochi, conobbe la sua prima squalifica”. Sapendo di destare l’attenzione della giuria, Bautista non si scatenò al colpo di pistola, tentando un’avventura solitaria. Non era un’andatura “dinamitera” ma comunque buona per sfilacciare il gruppo e formare un trio di testa: il messicano, l’ucraino in maglia CCCP Anatoliy Solomin (conterraneo del modello del piemontese, Vladimir Golubnichy) e Maurizio dai pomelli rosso acceso.

 

Quella che pare la svolta arriva al 16°: l’andatura di Bautista diventa martellante, frenetica e il vantaggio sui due compagni d’avventura diventa subito di una cinquantina di metri. “Calma e non mollare, mi disse Dordoni”, ricorda Maurizio che proprio in quel momento deve subire anche l’attacco di Solomin.

 

Immagini che restano nitide anche quarant’anni dopo: “Sul bordo della strada vedo un gruppo di gente: in mezzo c’è anche Bautista”. Fulminato dai giudici. A quel punto il 18° non è lontano: Solomin è davanti, di poco e “io lo sto andando a riprendere quando mettono fuori gara anche lui”. 

 

Il boccaporto del Lenin non è distante. “Entro e mi dico: sarà fatta?”. Sì, e molto ampiamente: un minuto e dieci su Pyotr Pochynchuk, quasi un minuto e mezzo su Roland Wieser (DDR). E record olimpico, 1:23:35, un minuto abbondante sul tempo vincente di Bautista a Montreal, la vittoria più larga in una 20 da quella di Ken Matthews a Tokyo.

 

 

 

 

Maurizio festeggia con il gemello Giorgio, undicesimo. La telefoto dei due volti affiancati pone qualche problema nelle redazioni che hanno pochi legami con l’atletica: chi sarà quello che ha vinto? Peccato che nell’inquadratura non ci sia anche Sandro, creatore e demiurgo di una leggenda di famiglia o di un famiglia diventata leggenda.

 

Un risvolto che verrà narrato è che a febbraio Maurizio Damilano aveva ancora addosso la maglia rossoblù del Centro Sportivo Esercito. Poco dopo una sortita indoor, al Palasport di Genova, si congedò senza immaginare che quel “rito di passaggio” si sarebbe rivelato decisivo. Per il 23enne di Scarnafigi la marcia su Mosca poteva procedere senza intoppi politici.

 

 

 

 



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